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venerdì 26 agosto 2011

Quella pista palestinese sepolta per anni pur di dare la caccia ai "neri"


Strage di Bologna: ora si indaga sui palestinesi. Tutto parte da un fonogramma ignorato dai pm. L’onorevole Fragalà lo scoprì. E gli costò la vita. Indagati dopo 31 anni due terroristi rossi legati a Carlos lo Sciacallo: in quei giorni erano in città.
Fu la Commissione Mitrokhin da me presieduta a scoprire la vera pista della strage di Bologna, su cui finalmente qual­cosa comincia a muoversi. Ad aprire la stra­da fu l'onorevole Enzo Fragalà, il quale pa­gò­un prezzo mostruoso alla sua limpida te­stardaggine: fu ucciso a bastonate da un ignoto sicario nel febbraio del 2010 a Paler­mo. Fragalà era stato sostituito in Commis­sione dal deputato Enzo Raisi che portò avanti con molta decisione la pista poi chiamata «palestinese».
Io, come presi­dente, non volli pronunciarmi sull'even­tualità che il mandante della strage fosse la fazione Fplp dell'Olp palestinese, perché non ho mai trovato sufficienti e convincen­ti gli indizi, ma quel che è certo è che sul luo­go della strage il 2 agosto di trentuno anni fa c'erano gli uomini del terrorista Ilich Ra­mirez Sanchez, più popolare sotto il nomi­gnolo di Carlos lo Sciacallo, che sta ora scontando due ergastoli a Parigi per stragi commesse in Francia. Come scoprimmo con Fragalà, Carlos era all'epoca un agente sovietico del Kgb resi­dente a Budapest, dove aveva arruolato un gruppo di terroristi delle Br italiane.
Co­stui agiva sempre sotto la supervisione so­vietica e della Stasi tedesco orientale. Quando nel dicembre del 2005 la Commis­sio­ne da me presieduta si recò nella capita­le ungherese per una rogatoria internazio­nale al fine di ricevere dalla Procura gene­rale di Budapest una grossa valigia di cuo­io verde contenente gli schedari di Carlos, della Stasi e del Kgb. I giudici ungheresi mi dissero che Carlos era stato sistemato a Bu­dapest dai russi con libertà illimitata e quando gli ungheresi tentarono di pedi­narlo, il terrorista non esitò ad aprire il fuo­co contro gli agenti.
Tuttavia, a parte il no­me del brigatista Antonio Savasta, gli un­gheresi dissero di non poterci consegnare i documenti sulle attività di Carlos e dei suoi uomini (dunque anche quelle dell'ar­­tificiere della banda «Separat», Thomas Kram ora sospettato di aver fatto scoppia­re la bomba, e la terrorista Christa Margot Frohlich che con lui alloggiò a Bologna nel­­le ore della strage) perché l'attuale Federa­zione Russa ha il diritto di segretare tutti i documenti ancora esistenti nei Paesi dell' ex Patto di Varsavia e infatti la diplomazia di Putin mise il veto sulla verità.
La Commissione Mitrokhin andò a com­piere una rogatoria anche a Parigi dove Carlos è detenuto e ci recammo al Par­quet, ospiti del procuratore Jean Louis Bru­guière, l'uomo che fece condannare all'er­gastolo Carlos e che fra l'altro mi disse di aver saputo che l'attentato al Papa del 13 maggio del 1981 (pochi mesi prima della strage di Ustica e poi di Bologna) era stato pilotato non dal KGB sovietico, ma dal ser­vizio militare dell'Urss, il GRU. Fragalà e poi Raisi erano particolarmente impegnati su Bologna, poiché la responsa­b­ilità dell'infame strage fu data ai terroristi «neri»Giusva Fioravanti,Francesca Mam­bro e Luigi Ciavardini. Questo impegno portò a scoprire un fonogramma successi­vo di poche ore alla strage firmato da Gian­ni De Gennaro (futuro capo della Polizia, ma allora direttore della Criminalpol) in cui si avvertiva che il terrorista comunista tedesco Thomas Kram era a Bologna men­tre esplodeva l'ordigno nella stazione.
Si scoprì che il fonogramma era stato ignora­to, che la più importante pista investigati­va era stata sepolta, che le evidenti ipotesi di coinvolgimento arabo (palestinese o li­bico è da vedere) erano state accuratamen­te insabbiate, così da spingere il processo nella direzione di una «pista nera» fascista che, come osservò anche Francesco Cossi­ga, non aveva capo né coda. I terroristi neri accusati e condannati in via definitiva si di­chiararono sempre innocenti, ricordando di essersi sempre riconosciuti colpevoli di tutti gli atti di terrorismo per cui erano già stati condannati a diversi ergastoli: «Per­ché mai, dissero, se fossimo stati noi i re­sponsabili della strage di Bologna avrem­mo agito in maniera diversa da quella che abbiamo sempre adottato, negando un de­­litto che non avrebbe aggiunto nulla sulla nostra detenzione?».
Il deputato Enzo Raisi ha poi firmato con Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro (già consulente della Commissione Mitro­khin) e Francois de Quengo de Tonquédec il volume «Dossier. La strage di Bologna. La pista segreta». Come ho detto, la tesi di questi investigatori, parlamentari e giorna­­listi, quella secondo cui la strage fu com­missionata a Carlos ( che era sotto la super­visione sovietica e tedesco ­orientale) da una frazione palestinese guidata da Abu Abbas che era anche un agente sovietico. Loro se ne dicono convinti. Per quel che mi riguarda resta aperta e secondo me molto più cre­dibi­le la tesi sostenuta con vi­gore e rigore anche dall'ex sottosegretario Giuseppe Zamberletti.
L'ex capo della Protezione Civile ha soste­nuto che la strage di Ustica (causata certamente da una bomba sistemata a ridosso della toletta del Dc9 Itavia: nessun missile, nessuna bat­taglia) e quella di Bologna che segue di un mese la prima, furono com­missionate dal dittatore libico Gheddafi per avvertire (con Ustica) e punire poi con Bologna l'Italia, colpevole di aver estro­m­esso Tripoli dallo sfruttamento petrolife­ro del mare di Malta.
I libici non erano cer­to nuovi a imprese del genere, com'è dimo­strato dal fatto che Gheddafi accettò di as­sumersi la responsabilità e di risarcire le vittime del volo Pan Am 103 partito da Lon­dra il 21 dicembre 1988 e diretto a New York, che esplose sopra la cittadina scozze­se di Lockerbie, in perfetta analogia con quanto era accaduto al Dc9 Itavia partito da Bologna (che combinazione) e diretto a Palermo. Bologna e Ustica sono certamente due stra­gi in cui la verità è stata coperta, i colpevoli sono stati salvati e su cui ora, lentamente, si sta facendo un po' di tardiva luce.

di Paolo Guzzanti

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