Visualizzazioni totali

domenica 2 ottobre 2011

Roberto Crescenzio, martire dimenticato della violenza rossa


Roberto Crescenzio era uno studente lavoratore di 22 anni, non si occupava di politica in modo attivo e si collocava completamente al di fuori dalla logica della violenza tra gli opposti estremismi degli anni ’70. Ma in quel decennio di sangue si poteva morire anche trovandosi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Quello che è successo a Torino il 1 ottobre 1977 è paradossale, crudele, ingiusto. Ed anche sintomatico di quella che è stata la violenza rossa di quegli anni. Una furia irrazionale, ingiustificata e ingiustificabile, guidata da reiterati desideri di vendetta e da un odio interminabile.
Quel giorno, in tutta Italia, si svolgevano manifestazioni studentesche per protestare contro l’uccisione di un militante di Lotta Continua, il giovane Walter Rossi, avvenuta il giorno prima a Roma. A sparare a Rossi sarebbero stati due militanti di estrema destra,  poi identificati nei futuri “Nar” Cristiano Fioravanti e Alessandro Alibrandi: il primo sarà prosciolto da tale accusa nel 2001; il secondo, rimasto unico colpevole, morirà nel 1981 in seguito ad un conflitto a fuoco con la polizia.
L’omicidio di Walter Rossi diventa però il pretesto per scatenare la solita rabbia repressa e la violenza squadrista contro gli avversari politici in tutte le piazze d’Italia. Ovunque si tentano spedizioni punitive contro le sedi del Msi.
A Torino succede il finimondo. Il corteo principale, fallito l’assalto alla sede del Msi di corso Francia, si ritrova nella centrale via Po. I bollenti spiriti non sono stati soddisfatti e avanzano pure alcune molotov. Cosa farne? L’idea è quella di radere al suolo un locale considerato “ritrovo di fascisti”, il bar-discoteca Angelo Azzurro di via Po 46. La nomea di “locale fascista”, l’Angelo Azzurro se l’è meritata solo per aver ospitato una festa di compleanno di un militante del Fronte della Gioventù. In realtà, i proprietari, marito e moglie, sono entrambi di sinistra, e quel locale non è affatto un ritrovo di “fasci”. Ma tant’è, una ventina tra i più esagitati del corteo di Lotta Continua inizia a bersagliarlo di molotov. Le bottiglie di alcolici all’interno del bar fanno il resto, un mix esplosivo che in poco tempo si trasforma in un propagarsi di fiamme. E’ metà mattina, fortunatamente oltre ai due proprietari che fuggono da un’uscita secondaria ci sono solo altri due avventori. Diego Mainardo, studente di ingegneria e operaio Fiat, per sua fortuna, anche se senza motivo, viene trascinato fuori e picchiato dal gruppetto di squadristi di Lotta Continua. Se la caverà con qualche livido. Roberto Crescenzio invece prova a rifugiarsi all’interno della toilette, ma ben presto capisce che il nascondiglio diventa una trappola. Le fiamme sono inarrestabili, il giovane prova a uscire dalla toilette e a mettersi in salvo, ma è un’impresa disperata: viene avvolto dal fuoco, cade più volte, e quando finalmente riesce a guadagnare l’uscita è ormai una torcia umana.
I lanciatori di molotov, inorriditi e increduli della loro stessa bravata, scappano. Alcuni passanti soccorrono Crescenzio, facendolo accomodare su una sedia di plastica blu. Sono momenti concitati, surreali. L’ambulanza arriva in ritardo, anche perché bloccata dalla parte più corposa del corteo che non ha partecipato all’incendio del bar: i manifestanti che affollano via Po sono completamente ignari dell’accaduto, anche se notano la coltre di fumo nero, e pensano bene di tentare di bloccare i soccorsi. Non si sa perché.
Roberto Crescenzio, sempre cosciente suo malgrado, ustionato nel 90% del corpo, trasportato in ospedale morirà due giorni dopo, il 3 ottobre, tra atroci sofferenze.
Nell’edificio a fianco del locale, un’anziana donna, il nipote di tre anni e la babysitter rischiano la morte per asfissia a causa del fumo sprigionato dall’incendio, ma già privi di sensi sono fortunatamente tratti in salvo dai vigili del fuoco.
Ecco come i militanti di Lotta Continua hanno vendicato la morte di Walter Rossi: uccidendo un giovane come lui, che non aveva alcuna colpa.
Crescenzio era iscritto al terzo anno di Chimica e tecnologia farmaceutica, lavorava ed  era in attesa di partire per il servizio militare. Figlio di immigrati veneti, la sua morte ha colpito anche la stessa area dell’antagonismo di sinistra. Cosa che non sarebbe successa se il ragazzo fosse stato davvero di destra.
Alcuni studenti della FGCI decidono di raccogliere  firme davanti al locale incendiato, scegliendo lo slogan «Firma anche tu contro ogni forma di violenza – contro la violenza dei fascisti e per sconfiggere il partito armato della cosiddetta Autonomia Operaia…».
Già, “la violenza dei fascisti”, anche se le molotov contro l’Angelo Azzurro le avevano lanciate i rossi.
Dal punto di vista giudiziario, nel 1984 la Corte d’Appello ha condannato per concorso morale in omicidio Stefano Della Casa (responsabile del servizio d’ordine di Lotta Continua), Angelo Luparia, Alberto Bonvicini, Angelo De Stefano e Francesco D’Ursi con pene  ridicole, dai 3 anni e tre mesi ai 3 anni e 10 mesi. Assolti Peter Freeman e l’attuale ginecologo abortista Silvio Viale, imputato solo dell’assalto alla sezione Msi: ora Viale è consigliere comunale di Torino.
In occasione del processo, che a conti fatti non ha portato a nulla, i genitori di Crescenzio sono stati più volte sbeffeggiati dagli imputati e persino dagli avvocati difensori. La madre, Elvira Bacchetto, ha dovuto subire persino l’onta di ricevere da parte di uno degli imputati una lettera che richiedeva perdono in un modo assai discutibile: “Signora, Lei non può non perdonarmi, perché anche io ho dei figli”.
Silvio Viale invece ha scelto la strada delle scuse pubbliche tramite lettera aperta, ed è stato l’unico.
Mancata nell’aprile 2007, la madre di Crescenzio ha conservato a lungo la cartella clinica del figlio. Dalle lastre al torace si poteva desumere che qualcuno avesse colpito alle spalle il ragazzo probabilmente con una spranga, facendolo cadere a terra e impedendogli ulteriormente di mettersi in salvo per tempo. Quelle lastre forse ora sono sparite, ma difficilmente avrebbero fatto riaprire il caso. Anche perché a ricordare Crescenzio non è stata apposta neppure una targhetta davanti al locale, che ora si chiama “Xò”.
A Walter Rossi, il militante di Lotta Continua ucciso il giorno prima a Roma e vendicato in questo modo discutibile, è stata invece dedicata una piazza.

fonte: " questaelasinistraitaliana.org"