Visualizzazioni totali

domenica 25 novembre 2012

venerdì 8 giugno 2012

La Carta del lavoro del 1927

Il documento fu preparato e discusso una prima volta il 6 gennaio 1927, ma subisce una certa difficoltà a vedere la luce, per il dibattito il seno alle confederazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro.
Sebbene esse ritenessero di dover superare la lotta di classe in favore della collaborazione, le posizioni rimangono distanti ed il Gran Consiglio del Fascismo si trova costretto a moderare le varie istanze. Imponendo rinunce ad entrambi, il governo riesce a conciliare le parti: viene ad esempio respinto il minimo salariale per categoria, ma vengono accettate indennità di licenziamento, conservazione del posto di lavoro in caso di malattia ed assicurazioni sociali.
Il testo redatto da Carlo Costamagna, riveduto e corretto da Alfredo Rocco, fu poi approvato dal Gran Consiglio del Fascismo il 21 aprile 1927. Nonostante non avesse valore di legge o di decreto, non essendo allora il Gran Consiglio organo di Stato ma di partito, esso fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 100 del 30 aprile 1927. 






La Carta del lavoro del 1927
I - La Nazione italiana è un organismo avente fini, vita e mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. E' una unità morale, politica ed economica che si realizza integralmente nello Stato fascista.
II - Il lavoro, sotto tutte le sue forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali, è un dovere sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo Stato. Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale; i suoi obiettivi sono unitari e si riassumono nel benessere dei singoli e nello sviluppo della potenza nazionale.
III - L'organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato, ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori, per cui è costituito: di tutelare di fronte allo Stato e alle altre associazioni professionali gli interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria; di imporre loro contributi e di esercitare, rispetto ad essi, funzioni delegate di interesse pubblico
IV - Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà tra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione
V - La Magistratura del lavoro è l'organo con cui lo Stato interviene a regolare le controversie del lavoro sia che vertano sull'osservanza dei patti e delle altre norme esistenti, sia che vertano sulla determinazione di nuove condizioni di lavoro
VI - Le associazioni professionali legalmente riconosciute assicurano l'uguaglianza giuridica tra i datori di lavoro e i lavoratori, mantengono la disciplina della produzione e del lavoro e ne promuovono il perfezionamento. Le corporazioni costituiscono l'organizzazione unitaria delle forze della produzione e ne rappresentano integralmente gli interessi. In virtù di questa integrale rappresentanza, essendo gli interessi della produzione interessi nazionali, le corporazioni sono dalla legge riconosciute come organi di Stato. Quali rappresentanti degli interessi unitari della produzione, le corporazioni possono dettare norme obbligatorie sulla disciplina dei rapporti di lavoro e anche sul coordinamento della produzione tutte le volte che ne abbiano avuto i necessari poteri dalle associazioni collegate.
VII - Lo Stato corporativo considera l'iniziativa privata nel campo della produzione come lo sfruttamento più efficace e più utile nell'interesse della Nazione. L'organizzazione privata della produzione essendo una funzione di interesse nazionale, l'organizzazione della impresa è responsabile dell'indirizzo della produzione di fronte allo Stato. Dalla collaborazione delle forze produttive deriva fra esse reciprocità di diritti e di doveri. Il prestatore d'opera, tecnico, impiegato, od operaio, è un collaboratore attivo dell'impresa economica, la direzione della quale spetta al datore di lavoro che ne ha la responsabilità.
VIII - Le associazioni professionali di datori di lavoro hanno l'obbligo di promuovere in tutti i modi l'aumento, il perfezionamento della produzione e la riduzione dei costi. Le rappresentanze di coloro che esercitano una libera professione o un'arte e le associazioni di pubblici dipendenti concorrono alla tutela degli interessi dell'arte, della scienza e delle lettere, al perfezionamento della produzione e al conseguimento dei fini morali dell'ordinamento corporativo
IX - L'intervento dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente la iniziativa privata o quando siano in gioco interessi politici dello Stato. Tale intervento può assumere la forma del controllo, dell'incoraggiamento e della gestione diretta.
X - Nelle controversie collettive del lavoro l'azione giudiziaria non può essere intentata se l'organo corporativo non ha prima esperito il tentativo di conciliazione. Nelle controversie individuali concernenti l'interpretazione e l'applicazione dei contratti collettivi di lavoro, le associazioni professionali hanno facoltà di interporre i loro uffici per la conciliazione. La competenza per tali controversie è devoluta alla magistratura ordinaria, con l'aggiunta di assessori designati dalle associazioni professionali interessate
XI - Le associazioni professionali hanno l'obbligo di regolare, mediante contratti collettivi, i rapporti di lavoro fra le categorie di datori di lavoro e di lavoratori che rappresentano. Il contratto collettivo di lavoro si stipula fra associazioni di primo grado, sotto la guida e il controllo delle organizzazioni centrali, salva la facoltà di sostituzione da parte dell'associazione di grado superiore, nei casi previsti dalla legge e dagli statuti. Ogni contratto collettivo di lavoro, sotto pena di nullità, deve contenere norme precise sui rapporti disciplinari, sul periodo di prova, sulla misura e sul pagamento della retribuzione, sull'orario di lavoro.
XII - L'azione del sindacato, l'opera conciliativa degli organi corporativi e la sentenza della Magistratura del lavoro garantiscono la corrispondenza del salario alle esigenze normali di vita, alle possibilità dalla produzione e al rendimento del lavoro. La determinazione del salario è sottratta a qualsiasi norma generale e affidata all'accordo delle parti nei contratti collettivi.
XIII - I dati rilevati dalle pubbliche Amministrazioni, dall'Istituto centrale di Statistica e dalle associazioni professionali legalmente riconosciute, circa le condizioni della produzione e del lavoro e la situazione del mercato monetario, e le variazioni del tenore di vita dei prestatori d'opera, coordinati ed elaborati dal Ministero delle corporazioni, daranno il criterio per contemperare gli interessi delle varie categorie e delle classi fra di loro e di queste coll'interesse superiore della produzione.
XIV - La retribuzione deve essere corrisposta nella forma più consentanea alle esigenze del lavoratore e dell'impresa. Quando la retribuzione sia stabilita a cottimo, e la liquidazione dei cottimi sia fatta a periodi superiori alla quindicina, sono dovuti adeguati acconti quindicinali o settimanali. Il lavoro notturno, non compreso in regolari turni periodici, viene retribuito con una percentuale in più, rispetto al lavoro diurno. Quando il lavoro sia retribuito a cottimo, le tariffe di cottimo debbono essere determinate in modo che all'operaio laborioso, di normale capacità lavorativa, sia consentito di conseguire un guadagno minimo oltre la paga base.
XV - Il prestatore di lavoro ha diritto al riposo settimanale in coincidenza con le domeniche. I contratti collettivi applicheranno il principio tenendo conto delle norme di legge esistenti, delle esigenze tecniche delle imprese, e nei limiti di tali esigenze procureranno altresì che siano rispettate le festività civili e religiose secondo le tradizioni locali. L'orario di lavoro dovrà essere scrupolosamente e intensamente osservato dal prestatore d'opera.
XVI - Dopo un anno di interrotto servizio il prestatore d'opera, nelle imprese a lavoro continuo, ha il diritto ad un periodo annuo di riposo feriale retribuito.
XVII - Nelle imprese a lavoro continuo, il lavoratore ha diritto, in caso di cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza sua colpa, ad un'indennità proporzionata agli anni di servizio. Tale indennità è dovuta anche in caso di morte del lavoratore
XVIII - Nelle imprese a lavoro continuo, il trapasso della azienda non risolve il contratto di lavoro, e il personale ad essa addetto conserva i suoi diritti nei confronti del nuovo titolare. Egualmente la malattia del lavoratore, che non ecceda una determinata durata, non risolve il contratto di lavoro. Il richiamo alle armi o in servizio della M.V.S.N. non è causa di licenziamento
XIX - Le infrazioni alla disciplina e gli atti che perturbino il normale andamento dell'azienda, commessi dai prenditori di lavoro, sono puniti, secondo la gravità della mancanza, con la multa, con la sospensione dal lavoro e, per i casi più gravi, col licenziamento immediato senza indennità. Saranno specificati i casi in cui l'imprenditore può infliggere la multa o la sospensione o il licenziamento immediato senza indennità
XX - Il prestatore di opera di nuova assunzione è soggetto ad un periodo di prova, durante il quale è reciproco il diritto alla risoluzione del contratto, col solo pagamento della retribuzione per il tempo in cui il lavoro è stato effettivamente prestato
XXI - Il contratto collettivo di lavoro estende i suoi benefici e la sua disciplina anche ai lavoratori a domicilio. Speciali norme saranno dettate dallo Stato per assicurare la polizia e l'igiene del lavoro a domicilio
XXII - Lo Stato accerta e controlla il fenomeno della occupazione e della disoccupazione dei lavoratori, indice complessivo delle condizioni della produzione e del lavoro
XXIII - Gli Uffici di collocamento sono costituiti a base paritetica sotto il controllo degli organi corporativi dello Stato I datori di lavoro hanno l'obbligo di assumere i prestatori d'opera pel tramite di detti Uffici. Ad essi è data facoltà di scelta nell'ambito degli iscritti negli elenchi con preferenza a coloro che appartengono al Partito e ai Sindacati fascisti, secondo l'anzianità di iscrizione
XXIV - Le associazioni professionali di lavoro hanno l'obbligo di esercitare un'azione selettiva fra i lavoratori, diretta ad elevarne sempre più la capacità tecnica e il valore morale
XXV - Gli organi corporativi sorvegliano perché siano osservate le leggi sulla prevenzione degli infortuni e sulla polizia del lavoro da parte dei singoli soggetti alle associazioni collegate
XXVI - La previdenza è un'alta manifestazione del principio di collaborazione. Il datore di lavoro e il prestatore d'opera devono concorrere proporzionalmente agli oneri di essa. Lo Stato, mediante gli organi corporativi e le associazioni professionali, procurerà di coordinare e di unificare, quanto è più possibile, il sistema e gli istituti della previdenza
XXVII - Lo Stato fascista si propone: 1° il perfezionamento dell'assicurazione infortuni; 2° il miglioramento e l'estensione dell'assicurazione maternità; 3° l'assicurazione delle malattie professionali e della tubercolosi come avviamento all'assicurazione generale contro tutte le malattie; 4° il perfezionamento dell'assicurazione contro la disoccupazione involontaria; 5° l'adozione di forme speciali assicurative dotalizie pei giovani lavoratori
XXVIII - E' compito delle associazioni di lavoratori la tutela dei loro rappresentanti nelle pratiche amministrative e giudiziarie, relative all'assicurazione infortuni e alle assicurazioni sociali. Nei contratti collettivi di lavoro sarà stabilita, quando sia tecnicamente possibile, la costituzione di casse mutue per malattia col contributo dei datori di lavoro e dei prestatori di opera, da amministrarsi da rappresentanti degli uni e degli altri, sotto la vigilanza degli organi corporativi
XXIX - L'assistenza ai propri rappresentanti, soci e non soci, è un diritto e un dovere delle associazioni professionali. Queste debbono esercitare direttamente le loro funzioni di assistenza, nè possono delegarle ad altri enti od istituti, se non per obiettivi d'indole generale, eccedenti gli interessi delle singole categorie
XXX - L'educazione e l'istruzione professionale dei loro rappresentanti, soci e non soci, è uno dei principali doveri delle associazioni professionali. Esse devono affiancare l'azione delle Opere nazionali relative al dopolavoro e alle altre iniziative di educazione

mercoledì 8 febbraio 2012

Le foibe dividono ancora.


Le foibe dividono ancora: tensione nei cortei a Firenze

Giornata del ricordo avvelenata dalla manifestazione dei centri sociali. Sondaggio choc: il 77% dei giovani non ha mai sentito parlare della tragedia

di Fausto Biloslavo - 05 febbraio 2012, 10:00
Dal 1945 è passato oltre mezzo secolo, ma a Firenze il dramma delle foibe continua a dividere, anziché unire, con toni da antifascismo bellicoso e militante. Il centro sociale di destra Casaggì e la Giovane Italia, con l’appoggio di gran parte del Pdl, ha organizzato un corteo in ricordo delle migliaia di italiani infoibati dai partigiani comunisti di Tito e poi dimenticati per decenni.
http://cdn.ilgiornale.it/foto-id=830935-x=665-y=223-r31=1/foibe.jpg
Ingrandisci immagine
Gli antifascisti duri e puri, a cominciare dai centri sociali di estrema sinistra, si sono mobilitati per una contro manifestazione accusando «i neofascisti di usare la ricorrenza delle foibe » per oscuri disegni «eversivi, negazionisti e revisionisti ». E sono spalleggiati dall’Associazione nazionale partigiani, dall’Arci e dalla Cgil. Non solo: un sondaggio choc rivela che ben 6 italiani su 10 non sanno cosa siano le foibe.
Ieri pomeriggio a Firenze un corteo di circa 800 persone partito alle 17 si è diretto verso Largo Martiri delle Foibe. Doveva esserci anche l’ex ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, ma la neve l’ha bloccata a Roma. «Foibe, io non scordo» è lo striscione che apriva il corteo. «È veramente un’anomalia tutta fiorentina, che non fa onore alla nostra città. Ogni 10 febbraio da una parte c’è un corteo che vuole ricordare il dramma delle foibe, senza simboli di partito, per aprire a tutti - dichiara a il Giornale il consigliere comunale del Pdl, Francesco Torselli - . E dall’altra si mobilitano non solo i centri sociali, ma organizzazioni come l’Anpi e la Cgil che accusa il nostro corteo di apologia di fascismo, mentre l’unica bandiera che sventola è il tricolore ».
La polizia è stata mobilitata in forze per evitare incidenti con la contromanifestazione della «Firenze antifascista». I duri e puri del comunismo reale si sono radunati, poche centinaia, mezz’ora prima del corteo in ricordo delle foibe presso piazza Dalmazia, a due chilometri e mezzo di distanza. Non certo per ricordare i profughi dalmati fuggiti in massa da città come Zara.
In piazza Dalmazia, nel dicembre scorso, sono stati uccisi due ambulanti senegalesi ed altri tre feriti da un folle omicida che aveva frequentato Casa-Pound. L’associazione ha invitato i suoi a sfilare nel corteo per i martiri delle foibe. Qualche malumore nel centrodestra c’è stato, ma «il corteo è aperto a tutti. Anche a chi vota per il Pd se vuole ricordare gli infoibati», ribadisce Torselli.
Fra gli aderenti al presidio antifascista c’era anche Vania Bagni, vicepresidente provinciale dell’Anpi, che ha appoggiato la mobilitazione. Forse l’associazione dei partigiani dimentica che gli infoibatori di Tito massacrarono pure antifascisti del Comitato di liberazione in Istria, per il semplice fatto che erano italiani. La consigliera comunale Ornella De Zordo, pure lei nel controcorteo, ha dichiarato che «i martiri delle foibe non devono essere strumentalizzati ». Stessa litania della Cgil, che ha bollato la manifestazione in ricordo degli infoibati come «contrapposizione alla “giornata della memoria” (per l’Olocausto, ndr ) ».
Secondo Mauro Fuso, segretario del sindacato a Firenze «l’esodo dalla Dalmazia e le foibe sono un’eredità diretta del ventennio fascista». Il sindacalista avrebbe fatto meglio a chiedere scusa per i lavoratori comunisti di Venezia e dell’Emilia Romagna,che all’arrivo delle navi dall’Istria, piene di esuli, o al passaggio dei treni in stazione, sputavano sugli italiani in fuga dalle violenze titine.
Nonostante non ci sia più l’oblio,il dramma delle foibe è ancora poco conosciuto. L’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ha commissionato un sondaggio che non lascia dubbi: solo il 43,7% del campione di 600 italiani intervistato sa cosa siano state le foibe.

domenica 2 ottobre 2011

Roberto Crescenzio, martire dimenticato della violenza rossa


Roberto Crescenzio era uno studente lavoratore di 22 anni, non si occupava di politica in modo attivo e si collocava completamente al di fuori dalla logica della violenza tra gli opposti estremismi degli anni ’70. Ma in quel decennio di sangue si poteva morire anche trovandosi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Quello che è successo a Torino il 1 ottobre 1977 è paradossale, crudele, ingiusto. Ed anche sintomatico di quella che è stata la violenza rossa di quegli anni. Una furia irrazionale, ingiustificata e ingiustificabile, guidata da reiterati desideri di vendetta e da un odio interminabile.
Quel giorno, in tutta Italia, si svolgevano manifestazioni studentesche per protestare contro l’uccisione di un militante di Lotta Continua, il giovane Walter Rossi, avvenuta il giorno prima a Roma. A sparare a Rossi sarebbero stati due militanti di estrema destra,  poi identificati nei futuri “Nar” Cristiano Fioravanti e Alessandro Alibrandi: il primo sarà prosciolto da tale accusa nel 2001; il secondo, rimasto unico colpevole, morirà nel 1981 in seguito ad un conflitto a fuoco con la polizia.
L’omicidio di Walter Rossi diventa però il pretesto per scatenare la solita rabbia repressa e la violenza squadrista contro gli avversari politici in tutte le piazze d’Italia. Ovunque si tentano spedizioni punitive contro le sedi del Msi.
A Torino succede il finimondo. Il corteo principale, fallito l’assalto alla sede del Msi di corso Francia, si ritrova nella centrale via Po. I bollenti spiriti non sono stati soddisfatti e avanzano pure alcune molotov. Cosa farne? L’idea è quella di radere al suolo un locale considerato “ritrovo di fascisti”, il bar-discoteca Angelo Azzurro di via Po 46. La nomea di “locale fascista”, l’Angelo Azzurro se l’è meritata solo per aver ospitato una festa di compleanno di un militante del Fronte della Gioventù. In realtà, i proprietari, marito e moglie, sono entrambi di sinistra, e quel locale non è affatto un ritrovo di “fasci”. Ma tant’è, una ventina tra i più esagitati del corteo di Lotta Continua inizia a bersagliarlo di molotov. Le bottiglie di alcolici all’interno del bar fanno il resto, un mix esplosivo che in poco tempo si trasforma in un propagarsi di fiamme. E’ metà mattina, fortunatamente oltre ai due proprietari che fuggono da un’uscita secondaria ci sono solo altri due avventori. Diego Mainardo, studente di ingegneria e operaio Fiat, per sua fortuna, anche se senza motivo, viene trascinato fuori e picchiato dal gruppetto di squadristi di Lotta Continua. Se la caverà con qualche livido. Roberto Crescenzio invece prova a rifugiarsi all’interno della toilette, ma ben presto capisce che il nascondiglio diventa una trappola. Le fiamme sono inarrestabili, il giovane prova a uscire dalla toilette e a mettersi in salvo, ma è un’impresa disperata: viene avvolto dal fuoco, cade più volte, e quando finalmente riesce a guadagnare l’uscita è ormai una torcia umana.
I lanciatori di molotov, inorriditi e increduli della loro stessa bravata, scappano. Alcuni passanti soccorrono Crescenzio, facendolo accomodare su una sedia di plastica blu. Sono momenti concitati, surreali. L’ambulanza arriva in ritardo, anche perché bloccata dalla parte più corposa del corteo che non ha partecipato all’incendio del bar: i manifestanti che affollano via Po sono completamente ignari dell’accaduto, anche se notano la coltre di fumo nero, e pensano bene di tentare di bloccare i soccorsi. Non si sa perché.
Roberto Crescenzio, sempre cosciente suo malgrado, ustionato nel 90% del corpo, trasportato in ospedale morirà due giorni dopo, il 3 ottobre, tra atroci sofferenze.
Nell’edificio a fianco del locale, un’anziana donna, il nipote di tre anni e la babysitter rischiano la morte per asfissia a causa del fumo sprigionato dall’incendio, ma già privi di sensi sono fortunatamente tratti in salvo dai vigili del fuoco.
Ecco come i militanti di Lotta Continua hanno vendicato la morte di Walter Rossi: uccidendo un giovane come lui, che non aveva alcuna colpa.
Crescenzio era iscritto al terzo anno di Chimica e tecnologia farmaceutica, lavorava ed  era in attesa di partire per il servizio militare. Figlio di immigrati veneti, la sua morte ha colpito anche la stessa area dell’antagonismo di sinistra. Cosa che non sarebbe successa se il ragazzo fosse stato davvero di destra.
Alcuni studenti della FGCI decidono di raccogliere  firme davanti al locale incendiato, scegliendo lo slogan «Firma anche tu contro ogni forma di violenza – contro la violenza dei fascisti e per sconfiggere il partito armato della cosiddetta Autonomia Operaia…».
Già, “la violenza dei fascisti”, anche se le molotov contro l’Angelo Azzurro le avevano lanciate i rossi.
Dal punto di vista giudiziario, nel 1984 la Corte d’Appello ha condannato per concorso morale in omicidio Stefano Della Casa (responsabile del servizio d’ordine di Lotta Continua), Angelo Luparia, Alberto Bonvicini, Angelo De Stefano e Francesco D’Ursi con pene  ridicole, dai 3 anni e tre mesi ai 3 anni e 10 mesi. Assolti Peter Freeman e l’attuale ginecologo abortista Silvio Viale, imputato solo dell’assalto alla sezione Msi: ora Viale è consigliere comunale di Torino.
In occasione del processo, che a conti fatti non ha portato a nulla, i genitori di Crescenzio sono stati più volte sbeffeggiati dagli imputati e persino dagli avvocati difensori. La madre, Elvira Bacchetto, ha dovuto subire persino l’onta di ricevere da parte di uno degli imputati una lettera che richiedeva perdono in un modo assai discutibile: “Signora, Lei non può non perdonarmi, perché anche io ho dei figli”.
Silvio Viale invece ha scelto la strada delle scuse pubbliche tramite lettera aperta, ed è stato l’unico.
Mancata nell’aprile 2007, la madre di Crescenzio ha conservato a lungo la cartella clinica del figlio. Dalle lastre al torace si poteva desumere che qualcuno avesse colpito alle spalle il ragazzo probabilmente con una spranga, facendolo cadere a terra e impedendogli ulteriormente di mettersi in salvo per tempo. Quelle lastre forse ora sono sparite, ma difficilmente avrebbero fatto riaprire il caso. Anche perché a ricordare Crescenzio non è stata apposta neppure una targhetta davanti al locale, che ora si chiama “Xò”.
A Walter Rossi, il militante di Lotta Continua ucciso il giorno prima a Roma e vendicato in questo modo discutibile, è stata invece dedicata una piazza.

fonte: " questaelasinistraitaliana.org"